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Cito dunque creo

PRESENTAZIONE

Dal libro di Maria Rosaria Dagostino * "Cito dunque creo" ** Ma lo spazio del libero pensiero, forse; l'hanno indicato sia gli stessi attivisti che in parte lo stesso Kevin Schaff. Tra la guerriglia e lo spot riciclato, effetto nostalgia commerciale, forse stiamo passando dal situazionismo al citazionismo. Nessuna pretesa di teorizzare una nuova forma artistica, ma il citazionismo e la sua metodica parodica, come mostrano gli attivisti, può ben fungere da anti virus mediatico contro l'intontimento pubblicitario. Se l'attivismo, però, resta nell'illegalità si può passare, comunque, a prendere voce nello spot girando dei tops, versioni speculari dello spot fatto in casa che Provana (2004), psicologo, formatore e consulente raccoglie nella sua filosofia del Neorealismo Pubblicitario. Materiali poveri, videocamere personali, vicini di casa come testimonial, luoghi vissuti come setting sono le caratteristiche dei filmati neorealistici che concorrono nei diversi Premi Spotter. Questa forma di pubblicità eretica che vende esperimenti mediatici di democrazia premia un deviazionismo visivo in cui non è un singolo spot o pubblicità a essere deturpata, non esiste un originale, ma il sabotaggio è sull'ideologia, e non fa il verso a una sola multinazionale ma alla genealogia pubblicitaria.
Ma non si vince il nemico dicendo, come in una barzelletta, "le tue armi sono brutte". Facendo il verso alla pubblicità Nike, svirgolando la celebre virgola, accumuliamo sempre tempo di attenzione "Nikè". Al contrario, la grande capacità immaginifica di tutti i subvertiser, dal Billboard Liberation Front ad Adbusters, può essere impiegata per una pubblicità proattiva, caustica, "etica". Per questo dobbiamo rovesciare i meccanismi pubblicitari, creare network di attenzione autogestiti, creare pubblicità autogestita, che esca dalle nostre comunità e si proietti verso la società tutta (Pasquinelli 2002, p. 175).
Non so se il neorealismo pubblicitario possa considerarsi la forma evoluta o quella integrata della dissidenza visiva, secondo quanto sostiene Pasquinelli, ma di certo questa panoramica dei sensi visivi traslati ha attraversato la materia segnica mostrando come i gesti antiautoritari di scrittura praticati dagli attivisti o quelli più sistematizzati come lo spot riciclato sfidano le categorie più rigide, costringono a ripiegare il discorso su se stesso e sui suoi valori fino a recuperare l'uso consapevole del linguaggio nel neorealismo.
Ciò che, però, non va dimenticato è che le citazioni visive come quella scritte sono un atto di violenza, costringono anche i più disattenti a fermarsi: "(...) sono come briganti ai bordi della strada che balzano fuori armati e strappano 1'assenso all',ozioso viandante" (Benjamin 1928, p. 59). È inutile, allora, ogni forma di resistenza. Conviene fermarsi e provare a essere "plagiati".

* Maria Rosaria Dagostino è dottore di ricerca in Teoria del Linguaggio e Scienze dei Segni. Insegna Sociolinguistica nel Corso di Laurea in Scienza della Comunicazione dell’Università degli Studi di Bari (sede di Taranto) e collabora con il Dipartimento di Pratiche Linguistiche e Analisi di testi dell’Università di Bari. Si occupa di visual culture e analisi del linguaggio pubblicitario. Ha tradotto Il sogno di Butterfly di Rey Chow, a cura di Patrizia Celefato (2003). www.meltemieditore.it

** La pratica della citazione stabilisce un nuovo diritto di visione sul mondo e le sue immagini. Questo lavoro indaga il senso della citazione nel visuale, rispondendo alla necessità di trovare un originale nello spettacolo delle immagini. Tra allusioni, plagi e parodie, la citazione visiva diventa una pratica di replicabilità attiva in cui l’originale “è spiazzato” e la copia può diventare un unico originale. Finora relegato ai testi scritti, il riconoscimento del valore della citazione si sposta nei testi visivi e attraversa quegli aspetti, miti, simboli, identità sessuali e stereotipi visivi che popolano l’universo della pubblicità canonica e di quella sovversiva. Crisi del pensiero creativo, del copyright, o “elogio del riproducibile”?

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